A te, Correttore di bozze

A te,

Correttore di bozze che stai lì davanti al PC sottolineando ogni mio errore con l’evidenziatore rosso.

A te,

che sei tecnologico e per questo non ti si addice la tenuta da “professoressa old style” con occhialoni spessi e biro rossa in mano.

A te,

che enfatizzi con grande disappunto ogni mio errore d’ortografia con esclamazioni lapidarie quali “brividi” o “paura”.

A te,

che se distrattamente lascio tracce di ripensamenti con il bianchetto mi impartisci esercizi di grammatica per il week end.

A te,

che non hai pietà di chi scrive nei ritagli di tempo tra una pappa e una lavatrice, tra il treno e il bus, tra la coda alla cassa del supermercato e l’attimo prima da cedere al richiamo di Morfeo.

A te,

che non perdoni chi ha notevoli difficoltà di utilizzo delle moderne tecnologie e sfrutta il cellulare come mezzo di scrittura riempiendolo di “memo” di appunti sparsi senza forma.

A te,

che non concedi il beneficio dell’errore di battitura a chi scrive perennemente  in modalità multitasking.

A te,

che non sei un vero Correttore di bozze perché c’è chi pubblica gli articoli senza farli leggere a nessuno, a volte senza avere nemmeno il tempo di una rilettura finale.

A te,

caro Correttore di bozze con il sorrisino sapientino, dedico quest’unica parola:

“VERGOGNIATI!”.  

Sì, con la “I” perchè rende meglio!!!!

IL MIO “B-PERFECT-DAY”

Stasera si esce: cena al ristorante.
Abito da sera elegante. Capelli raccolti. Trucco. Pochette. Tacco a spillo.
Per la prima volta sarò una donna semplicemente “perfetta”.
Farò un’entrata nel locale indimenticabile: mi muoverò leggiadra sui tacchi alti, arriverò con scioltezza al tavolo e sedendomi accavallerò le gambe di lato come le modelle.
Ordinerò un antipastino ed un primo piatto ricercato. Poi andrò alla toilette dicendo “ Devo andare un attimo ad incipriarmi il naso”. Tornerà al tavolo e, mentre elencherò i motivi salutisti per i quali non mangerò il dessert, berrò il caffè di chiusura della cena che non ho mai bevuto in tutti questi anni. Poi piegherò il tovagliolo a forma di cigno, lo riporrò sul tavolo ed uscirò dal locale come sono entrata: leggiadra e con il rossetto senza una sbavatura.
Semplicemente perfetta.
Tutto può succedere in questa serata. Oggi è il mio “B-Perfect-Day”. Stavolta gli anni sono dispari, ma rimandano alla perfezione: 3 è il numero perfetto e ne ho ben due di fila!

In realtà, nemmeno la perfezione dei numeri mi può aiutare.
Fino ai tacchi a spillo ci sono arrivata, ma il resto non è andata proprio in questo modo.
Lungo il tragitto in macchina verso la meta sconosciuta, alla domanda: “Hai fame?” avevo risposto: “Sì, mi sono tenuta a stecchetto apposta. Non ho nemmeno bevuto l’acqua!”. Qui già si poteva intuire l’evolversi della serata.
L’entrata al ristorante ovviamente non è stata indimenticabile: la leggiadria sui tacchi è scomparsa davanti alla tensione dovuta al timore di provocare troppo rumore camminando. Il tentativo di accavallare le gambe di lato è andato a vuoto grazie alla lunga e rassicurante tovaglia che ricopriva il tavolo: fortunatamente non serviva a nulla provare a sedersi con l’eleganza innata delle modelle.
L’antipastino ha fatto spazio al menù degustazione da 8 portate e alla mia voglia di immortalare ogni piatto con una fotografia (ho fotografato persino il pane. Lo che non si fa, chiedo perdono!).
Otto portate possono sembrare molte per la maggior parte della gente, non per me. Ho mangiato tutto: dall’intera testa del gambero fritta al fiorellino che ornava la carne. Ho raccolto con sapiente scarpetta ciò che le posate non potevano raccogliere . Ho mangiato con le mani ciò che non poteva essere staccato dalle ossicina con il potere del coltello. Non potevo lasciare nulla nel piatto.
All’improvviso però la cameriera ha portato via il pane ed ho capito che la cena volgeva al termine: è stato uno schock . Mentre lei spazzava via dolcemente le briciole dal tavolo, quasi mi scendeva una lacrima. Le briciole di pane hanno lasciato spazio ad un minuscolo dolce ma ormai ero già i in lutto. Ad un certo punto ho sentito una voce femminile in lontananza distinguendo solo la parola “pre-dessert”: un barlume di speranza! Ecco il mio viso illuminarsi. Una breve ed intensa felicità prima della fine imminente.
Incamminandomi verso l’uscita ho cercato di non far trasparire il mio grave malessere: passi decisi ed ondeggianti sui tacchi, sorriso e sguardo di chi è soddisfatto ma non troppo. Appena chiusa la porta dietro le mie spalle un lamento inconsolabile: “Quando ci torniamo ancora???? Io potrei ricominciare daccapo anche ora!!!!”.
Il “B-Perfect-Day” stava per terminare. O meglio, il “B-Day” che di “perfect” c’erano solo i meravigliosi piatti del ristorante. Non io
PS:
Ah, poi quando son dovuta andare alla toilette ho semplicemente detto: “Vado subito in bagno prima che poi mi portino il cibo e non sono qui!”
In effetti poi, io la cipria non ce l’ho nemmeno.

“DESPACITAMENTE” (suave suavecito)

Il nanetto è in versione super-lagna quindi, dopo l’ennesimo tentativo fallito, decido di giocarmi l’ultima carta: DESPACITO!
La “carta Despacito” consiste nel mettere a tutto volume il brano musicale e cantarla mentre si improvvisa un balletto. Solitamente appena sente le prime note, il pargoletto abbandona qualsiasi attività, sorride e si mette a ballare. 

Non ho mai utlizzato quest’espediente all’aperto: siamo al lido, un luogo pubblico. Rapido controllo radar: nessun testimone all’orizzonte. Perfetto. Faccio partire subito la canzone e…funziona!

Evvai!!! Canto con entusiasmo in uno spagnolo inesistente ballando come se non ci fosse un domani. Al quarto ascolto siamo ormai in piena fiesta latina ed è in quel preciso momento che mi accorgo: siamo nella traiettoia visiva tra la sala polivalente con parete a vetrate ed il lago. Con la coda dell’occhio percepisco dei movimenti all’interno dell’edificio. Mi blocco istantaneamente in una posizione innaturale: un braccio da una parte, l’altro da quella opposta, la testa di lato ed il movimento di bacino fermato a metà. Sembro un robot a cui si sono improvvisamente scaricate le pile. Il vento sposta leggermente i capelli sul viso, ma rimango impassibile. L’attenzione dei miei occhi si concentra su ciò che sta all’interno della sala. Vedo delle figure umane che si muovono lentamente. Metto a fuoco i loro contorni. Cerco i volti. Non sono di spalle: sono girati verso la mia direzione. Dai loro movimenti capisco che stanno eseguendo degli esercizi yoga. Il corso pare interessante, anzi fin troppo. Così interessante che la sala è piena di gente. 

Rompo l’immobilismo e molto “despacitamente” mi sdraio a terra cercando di mimetizzarmi col prato e contemporaneamente fermo la musica. Silenzio. La mia voce non intona più “pasito a pasito, suave suavecito”, ma “figura di ….!”. 

La piccola peste mi guarda e mi (de)ride. Pure di gusto.

MORTE DI UNA LAGHÈE 

Oggi era la giornata giusta per azzardare il primo bagno ed inaugurare così la “stagione laghèe”! 

L’acqua era bellissima: limpida, calma, pulita. La temperatura perfetta: né “frizzantina”, né calda. Deliziosamente fresca.
Non c’era nemmeno troppa gente: quando riesco a ritagliarmi pochi minuti col pargolo per uscire di casa, la maggior parte delle persone ha già lasciato la riva. La temperatura dell’acqua non è però  sufficiente. Ci sono altre due pre-condizioni necessarie all’evento: l’avere con sé il costume e una baby sitter a disposizione. Sulla prima mi ero fatta trovare impreparata alla prima ondata di caldo di un mese e mezzo fa: ora mi sono attrezzata e non accadrà più. Sulla seconda, invece, temo sarà assai difficile avere la disponibilità di qualsiasi essere umano ai miei personalissimi orari.
Con le gambe a mollo nell’acqua rifletto: “Quando si verificheranno le tre condizioni magiche? QUANDO???”.
Attimi di attesa. Finalmente la risposta: “Nessuna corrispondenza trovata”.
Presa dallo sconforto torno sul prato e cerco di distrarmi: dedico le mie attenzioni alla prima anguria vista lago della mia vita.
Che immagine idilliaca: io sul prato a mangiare l’anguria tagliata in pezzetti dai contorni geometricamente perfetti e   riposti ordinatamente nel contenitore del pic-nic.
Come un milanese qualsiasi. 

Ed ecco il silenzio: che faccio ora?

Il nano si è addormentato. Silenzio. Lago blu dove si tuffano alberi verdi. Cime delle montagne innevate in lontananza. Sole che scalda il cuore. 

L’inquietudine però d’un tratto si fa strada nella mente: come impiegare questi minuti di pace? Leggere il libro? Ammirare il panorama? Chiudere gli occhi e sdraiarsi al sole? Ascoltare della buona musica? Chiamare le persone che ti hanno cercato ieri? Gustarsi un buon aperitivo?

Il look ed io: incipit di una storia d’amore?

Ultimamente accadono cose strane mai successe: il mio (???) look pare essere motivo di discussione. È stato definito “in stile Harley”, “aggressive”, “giovanile”, “primaverile”, “molto anni ’60”, “sporty chic” (non so nemmeno che cosa significhi), “elegante” ed oggi “troppo dark”.

Le ipotesi sono due: o sono diventata una fashion blogger inconsapevolmente o sono il soggetto perfetto per una candid camera. Io voto per la seconda ipotesi: “Cacciate fuori le telecamere perché vi ho beccati! Dovevate essere più accorti perché così è troppo evidente la presa in giro!!!”