Il viaggio affascinante

Rifletto sulla mia esperienza lavorativa.

Ad ogni cambio di lavoro ho cambiato la mia “utenza”.

Dieci anni fa, a 22 anni, quando ho iniziato ha lavorare stabilmente ho cominciato nei servizi per la prima infanzia. Ogni mattina tanti bimbetti svegli mi aspettavano pieni di energia, mentre le loro mamme mi attendevano per carpire ogni mia mossa falsa a verifica delle loro tesi “è troppo giovane e quindi non in grado insieme all’altra coetanea di gestire i nostri cuccioli indifesi”. Non ero proprio una pischella, è vero, ma all’epoca dimostravo molti meno anni di quelli reali e non è stato semplice conquistare un minimo di fiducia dalle mamme. Ad ogni caduta o graffio dei loro pargoli, ributtavano addosso a me e alla mia collega la loro mancanza di fiducia nei nostri confronti. Non è stato facile ma, eccetto il fastidio di essere perennemente malata e non avere nessun tipo di supporto dall’organizzazione di appartenenza, quel lavoro mi piaceva e devo dire che, dopo svariati mesi, eravamo riuscite a creare un creare un clima di fiducia e collaborazione coi genitori. Era un clima precario, ma era già un successo vista la partenza. Non dimenticherò mai le esclamazioni accusatorie dei genitori al momento della nostra presentazione: “Loro sono le educatrici??? Non c’è più la signora dell’anno scorso? Lei aveva esperienza, loro sono troppo giovani. Ritirerò l’iscrizione di mio figlio!” Mesi dopo quelle frasi che pesavano come una condanna, il clima era sì precario ma sicuramente più rassicurante dell’avvio..

Un anno dopo il mio inizio da lavoratrice stabile, ho lasciato i bimbi per cambiare tipo di mansioni e territorio. A 23 anni il cuore subii dei duri contraccolpi dinnanzi alle conseguenze della malattia, della vecchiaia e della morte. Vedere corpi umani ridotti a semplici ossa ricoperte da uno strato delicato e sottile di pelle fa un certo effetto, soprattutto quando si è giovani. Lo fanno ancora di più gli occhi di questi corpi. Laddove le parole non arrivano, o si sono perse, o non le si riesce più a pronunciare arrivano gli occhi. Occhi pieni di disperazione. Occhi che implorano un aiuto che non è quello che puoi offrire perché tu sei un semplice essere umano. Occhi che chiedono pietà. Occhi che fissano il soffitto della camera minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno cercando di trovare una spiegazione a quell’attesa. Lavorare con le persone anziane significa lavorare con la malattia fisica, mentale o cognitiva o tutte tre insieme. Significa rapportarsi al senso della vita e all’attesa della morte. Significa fare i conti con la perdita dell’autonomia. Significa fare bilanci della propria vita. Significa raccogliere l’intera storia di una famiglia perché significa lavorare con l’anziano e con i suoi famigliari. Significa capire le dinamiche che legano, in modo funzionale o meno, ogni singolo componente della famiglia all’altro. Significa capire il rapporto di una coppia e come questa coppia ha declinato la propria unione nel ruolo genitoriale. Significa raccogliere quotidianamente la sofferenza lancinante dei famigliari che assistono inermi al lento declino delle persone amate. Significa anche tenere in considerazione il principio di autodeterminazione dell’anziano sapendo che il confine tra questo ed il bene della persona è molto labile. Significa dialogare costantemente con la propria etica personale e professionale. Significava fare un lavoro che mi piaceva molto in ogni sua sfaccettatura.

Dopo nove anni di lavoro con le persone anziane, mi sono ritrovata, non per mia scelta, a cambiare totalmente utenza. A 32 anni eccomi a relazionarmi con minori stranieri senza famiglia sul territorio nazionale. Ho dovuto sgomberare la mente da stereotipi che potevano innescarsi a livello più o meno inconscio. Ho dovuto riequilibrare la mia modalità di interazione d’intervento per calibrarla su adolescenti provenienti da Paesi totalmente differenti dal nostro. Ho dovuto accogliere i loro vissuti dolorosi che spesso non passano attraverso le parole ma da cicatrici sul corpo o dallo sguardo. Ho dovuto fornire loro gli strumenti affinché, una volta maggiorenni, potessero camminare sicuri nel mondo con le loro gambe certi di essere nella legalità. Ho cercato di dare un significato al breve periodo che ognuno di loro aveva a disposizione in base al countdown verso la maggiore età che significava “bene, ora vai e arrangiati”. Ho cercato di far capire e trasmettere loro le regole della convivenza qui, nel nostro territorio. Ho discusso con ragazzi di 15 anni del loro progetto di vita, cosa che non riesco a fare nemmeno con i miei coetanei. Ho provato a declinare il loro progetto di vita nel nostro Paese, il che significa, come prima cosa, resettare le aspettative miracolistiche con cui lasciano le loro famiglie per intraprendere viaggi al limite della dignità umana per giungere in Italia e capire che tali aspettative non avevano un fondamento reale. Ho tentato di raccogliere la loro muta disperazione al frantumarsi di tali aspettative per fare in modo che non si tramutasse in statica attesa di cambiamento di fronte all’ennesimo trauma da rielaborare. Ho combattuto contro i mulini a vento per fare tutto ciò in un sistema che non funziona a nessun livello, locale o nazionale che sia. Sicuramente ho tentato di integrare nel territorio i ragazzi che ho conosciuto. L’ho fatto in solitudine perché non ci sono servizi di supporto in tali situazioni. Da sola perché non hanno famigliari (alcuni sì, ma questa è un’altra storia). Affiancandomi alle comunità o alle cooperative che li avevano in affidamento per quei pochi mesi che separano un minorenne da un adulto. Tutto ciò mi ha permesso di capire che l’integrazione è l’unica via. Integrazione attraverso l’apprendimento della lingua italiana, attraverso la comprensione delle regole di convivenza civile, attraverso il rispetto del sistema normativo italiano e dei valori del nostro pase. Integrazione “di secondo livello” come la chiamo io, attraverso l’apprendimento di un mestiere che consenta di trovare un lavoro in regola che dia dignità come uomo. La regolarità del contratto è fondamentale nel processo di integrazione: non fragile. Non è un proclama di un partito politico, è semplice realismo: questi ragazzi che hanno affrontato un viaggio estenuante superando mille difficoltà, non torneranno mai nel loro Paese. La loro non è la medesima situazione di chi arriva in Italia da adulto lasciando moglie e figli a casa sognando di far ritorno da loro una volta accumulata la ricchezza che glielo possa consentire. Questi ragazzi (principalmente maschi) saranno i futuri fidanzati delle vostre figlie. L’integrazione è l’unica via legale e tutto il sistema dovrebbe operare in tal senso. Questo lavoro, che mi è piombato addosso senza preavviso, l’ho scoperto man mano ed alla fine mi è piaciuto, nonostante lo scoramento da Don Chisciotte che spesso mi assaliva.

Dopo un anno eccomi a cambiare ancora utenza, stavolta per mia scelta. Cambio voluto per avvicinarmi a casa. Cambio totale: di utenza, di territorio e di organizzazione di appartenenza. A questo giro mi tocca la salute mentale. Sono spaventata, ovvio. Non so se mi piacerà, se riuscirò a lavorare bene, se sarò all’altezza, se…. Tanti “se” che si dissolvono appena mi guardo indietro e vedo i miei 11 anni da lavoratrice stabile: non è mai stato facile, ma alla fine ce l’ho fatta. Ogni esperienza mi ha arricchito come persona e come professionista. La fatica pian piano sta lasciando il posto ai ricordi belli

Sono sicura che anche la salute mentale sarà così.

Un viaggio affascinante.

4 pensieri riguardo “Il viaggio affascinante

  1. Caspita un lavoro che non è mica da tutti…. 😊

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    1. Sai che non l’ho mai vista in questo modo..grazie! 😊

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  2. Beh, sicuramente più affascinante di molti altri. In bocca al lupo! (Peste ti colga se rispondi Crepi il lupo…)
    😎

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    1. Hai ragione! Lunga vita al lupo! (Mai augurerei la morte ad un essere vivente…) 😉

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