Saluto (il terzo)

“Io oggi non ti saluto, non ci riesco”

“Mi dispiace che te ne vai”

“Hai portato una ventata di aria fresca in quest’ufficio”

“Sono davvero felice di averti conosciuta”

“Mi spiace di averti scoperta così tardi”

“Quello che mi ha colpito di te è la semplicità e verità con cui sei stata con noi e la positività che hai portato in ufficio”

“Sei davvero una bella persona e qui lo abbiamo capito tutti. Tuo figlio è fortunato ad avere una madre come te”

“E’ stato un piacere conoscerti e poterti apprezzare”

Scusate questo momento di autoproclamazione, ma mai mi sarei aspettata queste parole. Un anno fa sono arrivata in questo ufficio non per mia scelta. Sono rientrata dalla maternità nel mio (ex) ufficio e, nemmeno il tempo di salutare o togliere il capotto, che il capoufficio mi aveva sequestrata dicendomi che mi avevano già programmato un incontro coi grandi capi. Questo incontro di cui ero all’oscuro non lasciava presagire nulla di buono. Mentre mi frullavano in testa mille pensieri ed altrettante domande, ricordo di aver varcato l’ingresso del mio ufficio, di averlo guardato per bene, di aver fissato la mia bacheca, di aver aperto l’armadio dell’archivio, di aver aperto velocemente ogni cassetto e di aver scoperto di non essere mai stata lì. Nove anni di lavoro e non c’era più nulla di mio. Come se non fossi mai esistita. Non c’era più la rubrica coi miei contatti di lavoro, i numeri di telefono degli altri uffici, la normativa di riferimento, la documentazione dei progetti che avevo seguito, l’elenco dei dati che avevo costruito o i report che avevo scritto. Non c’era nemmeno più la mia cancelleria portata da casa o i miei oggetti personali. Ricordo che ero frastornata da tutto ciò. Non mi pareva il rientro al lavoro dopo il periodo della maternità. Mi pareva l’ingresso in un incubo: ero stata epurata, cancellata, espulsa. Senza che me ne accorgessi, senza segnali che me lo facessero sospettare, senza mostrare un minimo di pietà verso un momento così delicato per una mamma lavoratrice. Mentre sprofondavo negli abissi di quest’incubo, ricordo che il telefono squillò. Dall’apparecchio sentivo la voce di una collega di un altro ufficio che cercava quella a fianco del mio. Le risposi: “Un attimo che te la passo….” In quei puntini c’era tutto la costernazione di quel momento: non rammentavo a memoria il numero interno ma non avevo nemmeno più la rubrica con i numeri. Da lì ricordo un grande silenzio. Il respiro via via sempre più affannoso. La solitudine nel deserto di quell’ufficio. Una lacrima che a stento riuscivo a trattenere. Ricordo poi di aver scelto di andare in macchina perché era parcheggiata all’interno del cortile dell’edificio nascosta dalle finestre. Nessuno mi poteva vedere. Nell’istante in cui chiusi la portiera della macchina non riuscii più a ricacciare indietro le lacrime. Io, che non sono mai stata una donna dalla lacrima facile, avevo il viso ricoperto dalla tristezza salata. Ricordo di aver telefonato a mio padre dicendogli: “Sai cosa fanno? Non solo non mi concedono il part-time, ma mi trasferiscono pure più lontano!!! Io che sono l’unica che arriva da lontano. Se qui ci impiego quasi due ore ad arrivare, là ce ne impiegherò quasi tre!!! Come faccio col bambino??? Poi non mi caga nessuno qui! Mi seguono ovunque le altre colleghe! Non posso parlare con nessuno!”. Ricordo che finita la telefonata, dopo qualche minuto, mi sono risistemata e sono rientrata in ufficio come se nulla fosse. Ricordo le ore ed i giorni seguenti. L’ipocrisia dei falsi sorrisi. Le bugie spacciate per verità assolute. Il seguirmi a distanza della altre colleghe che aspettavano compiaciute uno spettacolo melodrammatico con crollo emotivo al quale non ho mai dato il via. L’attesa di avere una collocazione definitiva. L’umiliazione di restare in sospeso in un ufficio dove non c’era più nulla a testimoniare il mio trascorso passaggio. La mia tranquillità di essere nel giusto. Il mio non abbassarmi mai al livello altrui. Il mio rappresentare solo me stessa davanti al “plotone di esecuzione”. Ricordo le parole che avevo pronunciato al capoufficio quando ormai era chiaro il mio trasferimento “Se il sistema qui è questo non vuol dire che sia giusto. Il trattamento che ho ricevuto non verrebbe nemmeno riservato ad un cane. Io sono un po’ meglio delle persone che ci sono qui perciò non vi auguro di subire quello che avete fatto a me”. Ricordo queste parole e molto altro ancora  del mio rientro al lavoro dopo la maternità.  Ricordo la domanda ossessiva che mi ponevo “Perché mi hanno fatto questo? Cosa ho fatto di male? Ho sempre lavorato molto a differenza di altri. Sono l’unica che abita così lontano. Perché io? Io mi sono sempre comportata in modo corretto con tutti anche chi non lo era!”. Ricordo il male che tutto questo mi ha fatto. Le notti insonni. La fatica di ricominciare daccapo con un nuovo lavoro. La solitudine di ricostruirmi un nuovo ruolo professionale senza l’aiuto di nessuno. Il tempo sottratto a mio figlio. La mia fortissima preoccupazione di non riuscire a conciliare lavoro e cura del bimbo. La mia inquietudine di perdere tempo prezioso fra i vari mezzi di trasporto. La mia frustrazione nel non riuscire a dedicare più attenzioni a mio figlio. La serenità persa. I chili spariti dalla bilancia. La sofferenza. La rabbia. Lo sconforto. Le lacrime. La profonda lacerazione interiore. Poi, all’improvviso sono arrivate le parole di cui sopra. Parole che mi hanno donato una gioia indescrivibile. Parole che mi hanno commosso fin quasi alle lacrime di gioia. Parole che conserverò per sempre. Parole che ora e solo ora mi fanno ammettere in modo lucido e consapevole che tutto ha un fine e che essere coerenti a se stessi è la cosa più importante. Tutto questo mi è servito per sentirmi davvero ed intimamente fiera di me, sia come persona che come professionista. Cercherò di non dimenticarmelo. Anche ora che inizio una nuova vita. Come un anno fa.

3 pensieri riguardo “Saluto (il terzo)

  1. Deve essere bello e non dimenticare❤

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    1. Bello ed inaspettato! Dev’essere stato l’effetto “saluto ingozzandovi di buon cibo”! 🙂
      Scritto apposta per non dimenticare che, anche quando non ci credi, tutto ha un fine preciso e essere coerenti con se stessi e corretti in ogni occasione paga sempre!

      Piace a 1 persona

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