Il Custode della Torre

Era una calda notte d’estate. C’era un’afa pazzesca. Non girava un filo d’aria.

Il Custode della Torre decise allora di aprire tutte le finestre cercando disperatamente di creare una corrente che potesse abbassare la fastidiosa sensazione di soffocamento.

Spalancò dapprima le finestre affacciate a Sud verso il laghetto e poi quelle verso le montagne del Nord. Si fermò in mezzo al grande salone ad aspettare: nulla, non si muoveva nulla. Decise quindi di aprire anche la porta d’ingresso: niente. Proseguì con le finestre lungo le scale. Scese fino a terra: mentre risaliva lentamente gli alti gradini cercava di capire se ora fosse riuscito nel suo intento. Arrivato in cima constatò con costernazione che, nonostante ci fossero tutte le finestre aperte, della corrente d’aria non vi era ancora traccia.

Si sporse sulla finestra affacciata al piccolo laghetto: fissò intensamente le foglie degli alberi che ne ornavano la riva. Niente: neppure le foglie accennavano ad un leggero movimento.

Sconsolato, si rintanò nella sua stanza e si lasciò cadere sulla poltrona: sprofondò nella desolazione dei più cupi pensieri. Era talmente assorto dal susseguirsi delle sue riflessioni che non si accorse che fuori dalla Torre qualcosa si accendeva e spegneva nel cielo ad intervalli regolari. In lontananza, oltre le montagne vi era un muto valzer di lampi. Poco dopo, il valzer si arricchì di musica e ritmo: ecco i tuoni. In meno di mezz’ora il cielo sopra la Torre divenne cupo: la luna e le stelle vennero coperte da uno spesso telo di nuvole. La notte divenne improvvisamente più cupa.

Il Custode era ancora lì: giaceva immobile sulla poltrona. Qualsiasi gesto gli era impossibile: il caldo glielo impediva. Non riusciva a cadere tra le braccia di Morfeo: l’afa lo teneva strettamente a sé. Vagava tra un pensiero e l’altro. Vagava nella sua mente sconfinata senza badare al fruscio che proveniva dal lago: le foglie degli alberi avevano preso vita. Il fruscio divenne d’un tratto vento vero e proprio. L’acqua calma del lago si increspò e man mano prese la forma di onde sinuose. Gli oggetti inanimati cominciarono a lasciarsi trasportare dalla forza del vento: passarono da una dolce danza al suolo ad un energico volo in aria.

All’improvviso il vento prese mille direzioni: acquistò sempre maggiore violenza. Tutto all’esterno della Torre sottostava al suo volere abbandonandosi ad esso. Dei rami si staccarono dal tronco dei loro alberi, le foglie volarono come uno stormo di uccelli, le onde del lago si infrangevano con vigore sulla riva tanto da sembrare onde marine. Gli oggetti si innalzavano senza scopo se non quello di risaltare la virilità del vento.

Presto si unì anche l’acqua del cielo. Vento e pioggia ballavano una danza di amore e odio: a volte sembravano cercarsi dolcemente, altre scontrarsi con estrema intensità ed altre ancora allontanarsi con velocità. Dalla loro energica danza scaturì una potentissima energia che si scagliò a terra sotto forma di fulmini. Tuoni e lampi erano spettatori di tale ballo.

All’improvviso un tuono molto fragoroso ruppe il torpore in cui era caduto il Custode. L’uomo guardò in direzione della finestra e si accorse della furiosa danza che si stava compiendo al di fuori di essa. Sul pavimento della stanza, in prossimità della finestra, si era depositata molta pioggia. I libri e le carte antiche che giacevano sulla libreria avevano già incontrato il logorio dell’acqua.

Il Custode corse quindi a chiudere la finestra: dopo una breve lotta contro la furia del vento riuscí a chiuderla. I suoi vestiti erano zuppi d’acqua ma corse subito a chiudere ad una ad una tutte le finestre. Fu un lavoro immensamente faticoso: la pioggia fitta gli toglieva la vista ed il fiato, il vento gli si scagliava contro con ferocia, ma non si arrese. Riuscì a chiudere tutte le finestra dell’ultimo piano. Continuò imperterrito con quelle lungo le scale. Lì il pericolo maggiore consisteva nel non scivolare sui gradini bagnati dalla pioggia. Mentre stava per chiudere la penultima finestra ecco arrivare una sferzata a tradimento dal vento: scivolò a terra. Risalì e con tutta la forza che aveva nelle braccia tichiusr la finestra ricacciando fuori il vento.

Sempre con fatica sigilló anche l’ultima finestra. Rimase in piedi immobile a fissarla. Si udiva l’urlo della rabbia del vento.

Lentamente riprese fiato, poi il freddo lo assalì: la temperatura si era notevolmente abbassata. Decise quindi di togliersi gli abiti bagnati per asciugarsi.

Si sedette sul primo gradino della scala per riprendere le forze: non sarebbe stato in grado di risalire immediatamente fino in cima. La sua mente si mise quindi nuovamente in moto per trovare risposte ai suoi quesiti: “Come era potuto accadere tutto ciò? Come mai non si era accorto per tempo? Come potrà porre rimedio ai danni?”. Più sprofondava nella vana ricerca di risposte, più il freddo si faceva pungente.

Inaspettatamente un rumore che proveniva dall’angolo dell’ingresso gli fece abbandonare i suoi pensieri. I suoi occhi cercavano con attenzione il più impercettibile dei movimenti. Dopo lunghi attimi di silenzio, intravide nell’ombra una figura femminile. La poca luce che entrava dall’esterno gli permise di capire che si trattava di una giovane ragazza: aveva la pelle candida, gli occhi neri ed i capelli delineavano disordinatamente i tratti del suo dolce viso. Comprese che aveva cercato riparo lì. Era spaventata. Tremava: si accorse che come lui aveva cercato di cacciare via il freddo togliendosi gran parte dei vestiti

La guardò negli occhi: si perse nella profondità e nella fierezza del suo sguardo.

Per la prima volta se sentì perso nell’ignoto ma non smarrito.

Ora vedeva tutto con chiarezza.

Quanta luce in cotanta oscurità.

Recuperó un pizzico di coraggio e pronunciò quasi come una cantilena delle parole che potessero sorprenderla piacevolmente: “Piove, senti come piove!”.

Lei rispose decisa: “Madonna come piove! Senti come viene giù!”

Poi entrambi: “Uh!!!

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